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La mia prima PARIGI-BREST-PARIGI

Di Gilles Bodin, CCC 3091

Il mio desiderio di partecipare alla Paris-Brest-Paris non era una novità. Ricordo le serate in cui Roger Outrequin e papà parlavano, senza mai stancarsi, fino a tarda notte, di fantastiche escursioni e, naturalmente, della Paris-Brest-Paris. Quante volte, in seguito, ho chiesto a papà di raccontarmi le sue esperienze?
Quante volte i racconti degli altri C.T.P. durante le riunioni del club hanno catturato la mia attenzione? È evidente che questa escursione offre a tutti molto più che semplici chilometri.

Nel 1987 avevo quasi tentato l’impresa: due 200, un 300 e poi un 400 che sarebbe rimasto a lungo la mia distanza più lunga e il mio ricordo più bello di un’escursione in Sologne con ben sette C.T.P. In seguito avevo preso il via, senza alcuna motivazione, a una 600 sotto la pioggia, escluso dalla Paris-Brest-Paris da un capo di servizio prepotente, e troppo timido per ribellarmi.
A Soissons, pur essendo in anticipo, Joël ed io facemmo marcia indietro. Seguiti poco dopo da Thierry, causammo, senza saperlo, la sosta di Bob che ci stava aspettando! Di quella vicenda mi era rimasto un senso di colpa e di amarezza. In seguito, gli studi e poi l’avvio della mia carriera professionale non mi hanno più permesso di ripensare alla Paris-Brest-Paris.

Sono passati undici anni

Ecco perché, quando alla fine del 1998 scoprii il calendario «Dove andremo?», decisi di fare di tutto questa volta per «esserci». Bisogna ammettere che immaginare di percorrere 1.200 chilometri in meno di 90 ore è davvero difficile per un neofita. I racconti degli altri, per quanto preziosi, non danno molte indicazioni sulle proprie capacità. E non esiste una risposta univoca alle domande che inevitabilmente sorgono: come allenarsi? Quanta distanza bisogna aver percorso? Quando dormire? Come comportarsi se il vento è sfavorevole? E se fossi da solo?
Già a metà gennaio, dopo aver pubblicato il mio calendario delle gare di qualificazione, ho affrontato le aspre condizioni invernali delle strade della Piccardia.

Così, settimana dopo settimana, il più delle volte da solo, mi lamentavo del vento tagliente e del maltempo. Eppure una voce mi diceva: «Ti stai preparando per la Parigi-Brest-Parigi». Uscita dopo uscita, cercavo di mettere in pratica le mie convinzioni in materia di allenamento: seguivo un programma graduale; a un’uscita lunga a velocità moderata seguiva un’uscita della stessa distanza, ma più veloce, a sua volta seguita, se le condizioni all’arrivo erano soddisfacenti, da un’uscita più lunga e di nuovo meno veloce. Mi impegnavo inoltre a seguire un’alimentazione e un’idratazione mirate e regolari, con brevi soste.

L'era dei brevetti qualificanti

Il 28 marzo a Versailles ho ritrovato Bernard e Stéphane in tandem, insieme a Daniel, per la 200 randonneur. Erano dieci giorni che non pedalavo. Sono state comunque nove ore di pedalata molto piacevoli con compagni esperti. Dopo un weekend in tandem con Marie-Laure, un mese dopo ho provato l’esperienza della pedalata notturna. Da solo alle tre del mattino nella Brie champenoise, ho acceso le mie torce elettriche del 1987, abbinate a un’illuminazione ausiliaria nuova di zecca. Ho trascorso il resto della notte con un ciclista solitario di Noyon e poi parte della mattinata con un altro. Ci siamo registrati presso i commercianti o tramite cartoline. Sulla strada del ritorno, con il vento contrario, ci siamo ritrovati tutti e tre quando abbiamo incontrato i C.T.P. venuti ad accogliermi per incoraggiarmi. Resta il fatto che questo 300 è stato il più duro dei brevetti qualificativi: una notte di sonno breve, tanto vento e freddo e 14 ore e 20 minuti di strada. Sempre in tandem, otto giorni dopo, eravamo sette C.T.P. sulla Costa Azzurra e nell’entroterra. Abbiamo organizzato un viaggio itinerante di settecento chilometri, ricco di cols e propizio alle scoperte, il terzo del genere, durante le vacanze di Pasqua. Era trascorso un mese dal 300 quando ho preso il via del 400 nei dintorni di Parigi. Come sempre, mi sono concesso dieci giorni di riposo. A parte i primi chilometri, avrei pedalato costantemente da solo. Il che avrebbe potuto costarmi caro. Infatti, in piena notte, all’uscita di Rambouillet, ho bucato e mi sono accorto di aver dimenticato la pompa! Per fortuna, a fatica e pedalando in piedi sui pedali, sono riuscito a raggiungere, trenta chilometri più avanti, una locanda aperta dove un ex ciclista, tutto allegro, mi ha dato una mano. All’alba, improvvisamente assalito dal sonno, mi fermo subito e mi siedo ai piedi di un albero. Dormo appena dieci minuti, svegliato dal passaggio della prima auto. Rinvigorito, riparto subito. Alle 20:50 dalla mia partenza, raggiungo il traguardo. Fedele al mio programma, proseguo l’allenamento settimanale. In occasione di un weekend in mountain bike nei Vosgi, allungo la tappa in bici da turismo. Dieci giorni prima della 600, mi concedo 250 chilometri in solitaria a buon ritmo, poi riposo. Papà mi aveva accompagnato alla partenza e ho ritrovato gli amici della 200. Altri incontri: quelli con Bernard Faucheux, che molti anni fa io e papà eravamo andati a prendere insieme al suo compagno Pierre Gros al loro arrivo dalla loro prima Parigi-Brest-Parigi, e ancora quello con Lourdet, compagno di papà nella Parigi-Brest-Parigi del 1961 e presente anche lui alla partenza quel giorno. Il tandem di Bernard e Stéphane ci porta avanti a buon ritmo. I miei compagni conoscono la strada e sanno il fatto loro. Percorriamo una parte del tracciato della Parigi-Brest-Parigi e questo ci tornerà molto utile due mesi dopo. Svoltiamo a Saint-Hilaire-du-Harcouët per andare a mangiare a Loupfougères nel cuore della notte al numero 381e chilometro. La tavola è stata imbandita dall’organizzatore. La notte si è svolta in modo vivace, e ne ho tratto un nuovo insegnamento. L’alba mi ha trovato ancora una volta assonnato, ma c’erano gli amici che mi hanno tenuto compagnia. L’arrivo è stato gioioso. Bernard mi ha detto: «Ti sei guadagnato il diritto di iscriverti alla Parigi-Brest-Parigi». Mi sono anche guadagnato il ricordo di una splendida 600 in 31 ore e 05 minuti e, ormai, 4250 chilometri percorsi dal primo gennaio. La prima settimana di luglio è tradizionalmente riservata a una fuga in coppia in tandem. Questa volta scegliamo le Alpi: Belledonne, Chartreuse, Aravis e il giro del Monte Bianco, che uniscono sforzi di lunga durata, altitudine e paesaggi grandiosi. Tra la fine di luglio e l’inizio di agosto, il club si ritrova in Corrèze e ogni giorno mi alleno da solo con uscite di qualche ora per macinare chilometri a buon ritmo. Il 12 agosto, mi sono dato appuntamento con la famiglia per un picnic a nord di Laon. In serata, con questa scusa, ho percorso 260 chilometri a una media di 25 km/h. Mancano dodici giorni alla Parigi-Brest-Parigi e comincio a girare a vuoto. Il 19 agosto mi accontenterò di 65 chilometri a ritmo sostenuto per sgranchirmi le gambe.
Domenica 22 agosto mi reco a Saint-Quentin-en-Yvelines, presso il punto di partenza, per il controllo obbligatorio della mia bicicletta e per ritirare la mia tessera di percorso. L’atmosfera è vivace, tutti parlano a raffica e sembrano un po’ elettrizzati. È l’occasione per ciascuno di rivedere molti conoscenti venuti a iscriversi o a partecipare a questa enorme manifestazione, o semplicemente per godersi l’atmosfera.

L'inizio

Trascorro il lunedì a controllare la mia bici, di cui alzo la sella di un millimetro. Scelgo cosa portare con me e, di proposito, tengo solo la borsa da manubrio. Porto con me un paio di pantaloncini da ciclismo, calzini e una maglia di ricambio. Indosso gli stessi indumenti, più una maglia intima termica, un maglione in pile e una giacca a vento fluorescente per la partenza notturna. Questi tre capi troveranno poi posto dentro o sopra la borsa da manubrio. Porto con me anche due camere d’aria di ricambio, alcuni attrezzi, un rasoio a batterie nuove utilizzabile come fonte di luce, uno spazzolino da denti tagliato, un po’ di dentifricio, una saponetta da hotel, mezzo tubetto di crema cicatrizzante, mezzo tubetto di crema antinfiammatoria, un cucchiaio, un coltello, una cartina stradale con il percorso evidenziato in fluorescente (che mi sarà di scarsa utilità), un sacco di caramelle alla frutta e snack vari e una barretta Overstim.

Finalmente è arrivato il momento della partenza. Papà mi ha accompagnato a Saint-Quentin dopo una notte di sonno tranquillo. È stato assunto da Robert Lepertel per sorvegliare l’uscita dallo stadio. Sono le 4:45 quando i tandem partono tra un gran clacsonare; buon viaggio a Bernard e Stéphane! Siamo tutti ammassati dietro il cancello, con un'apparente disinvoltura. Passano quindici lunghi minuti. E poi: tocca a noi! Solo cento metri; Robert Lepertel dà le sue raccomandazioni e si controllano le luci. Un colpo di clacson, un «arrivederci» a papà, e sono partito. Gli incroci sono presidiati e alcune auto aprono la strada. Nella notte ci si sorpassa a vicenda, più e più volte. Si va già veloci. Decido di stare al seguito per evitare di perdermi o di perdere tempo agli incroci. Si sentono le esclamazioni entusiaste degli anglosassoni. I francesi ci sono comunque, lo dicono quando glielo si chiede, poi ricadono nel loro silenzio. Sui dossi, all’ingresso di un ponte, evito una torcia che rotola, poi un bidone, poi ancora un lampione. Ora si sono formati due gruppi a breve distanza l’uno dall’altro. Chiudo la fila del secondo. Spunta l’alba, le nostre auto di scorta si allontanano e ci augurano buon viaggio. Il ritmo è sempre molto sostenuto. Pierre Gros, un veterano del club, si interroga con me sull’opportunità di mantenere questa andatura. In ogni caso, se fossimo ragionevoli forse non saremmo qui, allora! Verso i 100 chilometri ritrovo il tandem di Bernard e Stéphane, che non se la sentono di seguirci sulle strade strette. Poco più avanti mi fermo. Alla fine arriviamo insieme alle 10:10 a Mortagne, dove pranziamo al bar. L’attraversamento della Sarthe è monotono. Comincia a fare caldo e si formano e si sciolgono gruppi incostanti. Dal Perche, gli abitanti lungo il ciglio della strada ci incoraggiano, i villaggi hanno addobbato a festa i loro ingressi. Pedalo per un po’ in compagnia di canadesi, norvegesi, australiani e un americano. A Villaines, alle 13:35, vado a mangiare al self-service, molto ben tenuto e organizzato, quando arriva il tandem. Si ricongiungerà alla sua auto di supporto.

Amicizia e sostegno

All’uscita da Villaines qualcuno mi chiama: «Tutto bene, ragazzo?»; è Gilbert Duchêne, con cui percorro qualche chilometro su una strada inondata dal sole e piuttosto deserta. La canicola si è ormai insediata e mi impegno con costanza a idratarmi. Tuttavia continuo a pedalare a un buon ritmo e sento chiaramente che la mia temperatura sta comunque aumentando. Noto un chiosco che vende succhi di frutta e éclair al cioccolato sulla terrazza di un caffè frequentato a Goron. Lungo tutta la strada gli abitanti dei villaggi ci offrono dell’acqua. Ne approfitto, ma commetto l’errore di non bagnare il berretto. Poco più avanti, raccolgo un cellulare che non tardo a restituire al proprietario, il quale arriva in senso contrario qualche chilometro dopo, senza fiato, e mi interpella in inglese. A Fougères, a quanto pare, i ritiri sono già numerosi. In ogni caso, nell’area di controllo, le biciclette con le targhette rosse o verdi relative alle partenze delle 20 e delle 22 sono numerose. Daniel arriva proprio mentre finisco la mia collation. Mi propone di ripartire insieme. Ma 40 chilometri più avanti ho di nuovo molto caldo e temo che il colpo di calore mi sia alle calcagna. Prego Daniel di proseguire e mi concedo qualche minuto, breve ma delizioso, sdraiato sull’erba fresca, verde e ombreggiata. Riparto perfettamente rinvigorito. Calano le tenebre sul punto di controllo di Tinténiac quando raggiungo, con il mio vassoio-pasto, l’amico Daniel che si è appena seduto. Era preoccupato per me. Il tandem è davanti a me, mi dice. Il mio compagno di viaggio, al cellulare, arriva e non ha quasi appetito. Io mangio con gusto, cosa che non si può dire di Daniel.

Non so bene come, ma alla partenza da Tinténiac abbiamo formato un piccolo gruppo. Daniel sta chiacchierando con un altro ciclista esperto. Io e l’uomo al telefono, entrambi alle prime armi, ci godiamo le descrizioni dei paesaggi e dei rilievi che ci attendono, fornite dai nostri due veterani. Saliremo così la temibile salita di Bécherel. Poi i chilometri notturni scorrono veloci, sempre accompagnati da conversazioni. A Saint-Méen-le-Grand, decidiamo di concederci un caffè davanti alla facciata illuminata del municipio, con grande sorpresa dei turisti di passaggio. Seguono poi chilometri da favola. Nel cuore della notte gli abitanti delle campagne sono usciti e offrono bevande e dolci davanti alle loro porte. Più avanti una moltitudine di ciclisti dorme nei campi accanto alle proprie biciclette, lasciando accese le lanterne rosse per farsi individuare. Fino a Loudéac, in una notte mite, si respira la stessa atmosfera irreale di bivacco, accoglienza e incoraggiamento. A ciò si aggiunge presto l’incontro con i primissimi partecipanti al ritorno, partiti nove ore prima di noi. Prima due isolati, poi un gruppo abbastanza numeroso subito dietro: non perdono tempo, hanno 360 chilometri di vantaggio su di noi.

Loudéac di notte

Il punto di controllo di Loudéac è una grande festa popolare. Vi si raduna un numero considerevole di ciclisti provenienti da tutte le partenze. Un numero impressionante di accompagnatori, in attesa dei propri beniamini, forma una fila all’ingresso dell’area. Si fa fatica a trovare un posto dove appoggiare la bicicletta; c’è quasi una calca per il controllo della tessera di gara e della tessera magnetica. La mensa è presa d’assalto. Il tendone delle merguez proprio al centro non ha un attimo di tregua. Vicino a un dormitorio improvvisato in una palestra, i ciclisti si fanno la doccia con un tubo da giardino nell’indifferenza generale. Sotto un portico, decine di bagagli attendono i loro proprietari. Regna un’attività frenetica, ma con passo felpato. Sui prati di questo liceo, numerosi ciclisti dormono allineati come cipolle sotto coperte termiche; un’immagine irresistibile: dopo la battaglia. Daniel vuole dormire un po’. Non ne ho molta voglia, avevo in mente di superare Brest e dormire solo una notte, ma lunga. Lui mi fa notare che i chilometri a venire saranno molto collinari e tortuosi. Non mi convince l’idea di affrontare la notte e poi l’alba da solo su un terreno difficile e, finora, non siamo in ritardo. Mi lascio convincere. Concordiamo di usare i nostri materassini per due ore. Davanti a noi c’è un tedesco a cui l’addetto si ostina a parlare un inglese che lui non capisce; con il nostro aiuto riesce a ottenere anche lui un posto letto. Veniamo condotti alla luce di una torcia elettrica in mezzo ai materassi e ai dormienti all’altra estremità della palestra. Dormo piuttosto male, ma ripartirò più riposato del previsto. Svegli e pronti di buon’ora, ci lanciamo nella notte. La strada è tortuosa e accidentatissima. Daniel fa da guida perfetta, anticipando tutte le difficoltà di orientamento. Raggiungiamo e superiamo un gran numero di ciclisti. Va detto che, al nostro risveglio a Loudéac, i dormienti sull’erba erano molto meno numerosi. In senso contrario i ciclisti sono rari. Attraversiamo villaggi animati dove gli alberghi sono rimasti aperti tutta la notte. A Corlay usciamo da questo labirinto e troviamo un punto di controllo segreto molto affollato. Pranziamo in un bar che sta aprendo. Di fronte, il fornaio è nel suo laboratorio; deve aver chiuso, non avendo più merce da vendere.

Ora imbocchiamo una di quelle moderne strade di deviazione che sono rare nella Parigi-Brest-Parigi. L’alba è grigia e umida, la strada bagnata. Ci incrociano sempre più ciclisti che stanno tornando indietro. Sulle stradine boscose di Maël-Carhaix piove. Il nome di questa località è fuorviante e ci fa attendere con impazienza Carhaix, 12 chilometri più avanti. Eccoci arrivati e riconosco il posto: la locomotiva a vapore della rete bretone troneggia ancora sul ponte della stazione e riconosco le vecchie case a graticcio che avevamo ammirato, Marie-Laure, Philippe e io, sempre sotto la pioggia. Alle otto e trenta facciamo un controllo, poi torniamo in città per qualche acquisto. Daniel sceglie un negozio di alimentari, io la panetteria, dove devo sopportare una lunga attesa. Sto mangiando i miei cornetti alle mandorle quando un giornalista si avvicina per fare due chiacchiere con Daniel. Quest’ultimo ha dei problemi di digestione e un calo di morale che non sfugge al giornalista del «Cycle«, il quale lo intervista e ne darà notizia sul suo giornale. Questa volta abbiamo perso troppo tempo. Una breve spiegazione al guardiano del posto di controllo, dove ripassiamo, e prendiamo la strada per Huelgoat. La strada lungo l’Argent è stupenda, ma il temporale che ci si abbatte addosso è violento. La salita al Roc’h Trevezel è agevole, e scendiamo piacevolmente verso Sizun, dove inizia l’anello di Brest. Daniel si ferma un po« più avanti. Siamo in quota, il cielo è carico, l’erba troppo rigogliosa, si avverte la fine della terraferma. Daoulas, Plougastel, Loperhet: giriamo e rigiriamo senza ancora vedere la rada di Brest. »It’s a long way!«. Finalmente attraversiamo il ponte Albert Louppe riservato ai ciclisti. L’emozione è grande. Ce l’ho fatta! Brest e la sua rada si aprono davanti a noi. Molti si fermano a scattare foto. Dall’altra parte del ponte, il corridore professionista Madouas ci fa, per caso, una breve dimostrazione di guida. Il punto di controllo di Brest è rumoroso, sono le 12:54 e tutti vogliono mangiare. Sono un po» deluso dal nostro tempo di andata, quasi 32 ore, ma è il tempo tipico della 600 con due ore di sonno in più; Gilbert è lì e mi dice che ha prenotato una camera a Loudéac. Preferirei un posto più tranquillo e proseguiamo fino a Guipavas, dove troviamo un ristorante decente e confortevole. Nella salita all’uscita di Landerneau mi sento perfettamente bene, anzi benissimo. Daniel me lo rinfaccia un po’ a Sizun, dove invio una cartolina al presidente. È un po’ preoccupato per la lunga strada deserta da qui a Carhaix. Il nostro «amico al telefono» mi aveva decisamente scelto come samaritano. Lui torna a Carhaix per ritirarsi a causa di problemi con la sella. Lo indirizzo alla farmacia con una ricetta e avrò il piacere di rivederlo nei pressi di Maël con un grande sorriso. «Funziona, torno a casa!» esclamerà. Proprio in cima al Roc’h Trevezel incrociamo gli ultimi che, a giudicare dai loro grandi gesti, sembrano esserne consapevoli. Alle 18 a Carhaix, ritroviamo il negozio di alimentari dove Daniel fa incetta della scorta di succhi di frutta e miele! Scambio due chiacchiere e mi consulto con una coppia in tandem che riconosco per averla vista in foto nell’opuscolo di presentazione della Paris-Brest-Paris. Non c’è più tempo da perdere e maciniamo i chilometri piuttosto velocemente. Vogliamo raggiungere Loudéac prima che faccia buio. A Corlay, sorpresa: Stéphane è da solo accanto al tandem privo della ruota posteriore. Si sono rotti i raggi sul lato della ruota libera e Bernard è partito con un’auto di assistenza ufficiale per farli riparare a Loudéac. Perderanno molto tempo. Daniel, con il morale a terra, decide di dormire a Carhaix. Il tratto accidentato tra Corlay e Loudéac è davvero stupendo. Il sole al tramonto illumina di mille luci questa successione di colline e valli. I villaggi sono sempre vivaci e accoglienti. Raggiungiamo Loudéac di notte, alle 22:07. Daniel mi lascia per cercare un albergo, promettendomi di rimettersi in viaggio subito dopo. Proseguirò da solo, forte dei suoi preziosi consigli.

All’inizio va male. Fa molto caldo in questa mensa e il servizio, intasato dai seguaci, non procede. Alcuni ciclisti brontolano. Mi spoglio e vado a sedermi al fresco sulla terrazza. Lascio Loudéac, promettendomi che in futuro non mi fermerò mai più lì a perdere tempo. Questo punto di controllo è apprezzabile per l’atmosfera, ma è una vera e propria stazione. Non c’è più nessuno sulla strada. Di tanto in tanto intravedo un semaforo rosso in lontananza. In un paesino, un barista che tiene sempre aperto dipinge nel cuore della notte una grande freccia direzionale «P.B.P. Parigi» sull’asfalto, poiché la segnaletica dell’A.C.P. non lo soddisfa. I residenti insonni continuano a incoraggiarmi. In piena campagna tre o quattro adolescenti mi offrono del caffè. È così che trascorrono la loro seconda notte ad aspettarci. Li ringrazio: «Anche voi fate parte della Paris-Brest». «Ci vediamo tra quattro anni», mi dicono. Procedo a buon ritmo, non mi stanco, nessun dolore. Sono quasi deluso di dovermi fermare al controllo segreto di Quédillac. È l«1:25, alcuni ciclisti dormono in fondo alla sala, ci sono più controllori che partecipanti. Mi confermano che sto pedalando in un »buco« di affluenza. Incontro solo due motociclisti dell’assistenza che vanno e vengono. Il mio obiettivo, su consiglio di Daniel, è dormire presso il convitto di Tinténiac. Lo raggiungo un’ora dopo percorrendo una strada sempre deserta. Gli organizzatori ci assegnano i letti in piccole stanze in base agli orari di sveglia dei compagni di stanza. Mi concedo tre ore di riposo, doccia, rasatura e spazzolatura dei denti incluse. All’ora stabilita ci svegliano. Scopro i miei compagni di stanza che si alzano a fatica e si lamentano molto. Non perdo tempo. All’alba raggiungo due ciclisti di Alençon. Mi dicono che stanno tornando a casa, hanno abbandonato durante la tappa di andata. La regione è piuttosto paludosa e l’alba è molto piacevole per i suoi colori. A Sens-de-Bretagne trovo un bar all’angolo di una strada. Faccio colazione lì. Ripartendo, vedo il tandem di Bernard e Stéphane davanti all’altro bar che si trova dall’altra parte del mio angolo di strada. I due amici hanno già ordinato. Continueremo insieme? Bernard mi risponde: »Sei in un buon momento, sei in forma, un Paris-Brest si finisce da soli». Arrivo a Fougères lamentandomi, come tutti, per una deviazione inaspettata che, per farci evitare sei chilometri della RN 12, ci impone chilometri in più, una strada ancora più trafficata, una deviazione epica in città e ci priva della vista del castello. Divoro ancora caffè e croissant mentre un ciclista mi racconta di aver pedalato tutta la notte fino a qui, ma di non riuscire a ripartire. La strada fino a Lassay è molto scorrevole. Per un po’ formiamo un piccolo gruppo con una ciclista solitaria, alcuni ciclisti di Pontivy che cantano e un marsigliese partito alle 20:00, ormai esausto, che tiene duro per tornare a casa. Uno sguardo alle torri di Lassay e ricominciano le salite. Alcune sono impegnative. Il gruppo si è sciolto. Ecco Villaines-la-Juhel e la sua gente che ci applaude. Sono le 12:40 e vado a mangiare. Alla mensa prendo tutto quello che posso, ho fame. A tavola valuto la possibilità di arrivare prima di mezzanotte.

La strada diventa presto molto calda. Il paesaggio si apre sulle collines del Maine, con i campi di grano mietuti e recintati. Ritrovo il percorso della 600. Dopo Fresnay-sur-Sarthe la strada rettilinea è monotona. I motociclisti mi aiutano ad attraversare l’incrocio trafficato di La Hutte. Poco più avanti supero un ciclistista partito alle 20:00 (ho notato il colore della targhetta sul telaio), che fatica in salita, senza nemmeno guardarmi. Mi viene rivolto un rimprovero! «Allora, Gillou, non dici più buongiorno?» L’amico Bernard Faucheux sta tornando tranquillamente, con l’occhio sul tempo, ma fiducioso. In cima a una salita, dei bambini sono felicissimi di offrire quadratini di cioccolato; un piacere tanto per loro quanto per me. Più avanti ci viene offerto il pernottamento in un fienile, con un gran numero di cartelli dipinti; stanotte ci saranno sicuramente degli interessati. Notre-Dame-de-Toute-Aide è una piccola chiesa incantevole circondata da alberi sotto i quali dormono i ciclisti. Lungo il ciglio della strada intravedo un rubinetto dove riempio la mia borraccia. «Non dimenticare di bagnarti il berretto», mi dice un partecipante che mi supera; certo che no, fa molto caldo e, prima di riuscire a raggiungerlo, è già quasi asciutto. Tra Mamers e Mortagne, accelero il passo e raggiungo un folto gruppo di persone. Il vento è favorevole, il sole alle spalle, il tempo splendido e il morale alle stelle. Arrivo a Mortagne alle 16:40. In città faccio incetta di pane in una panetteria e vado a rifocillarmi all’uscita, su un terrapieno ombreggiato. Supero le colline del Perche senza difficoltà; del resto, mi piace molto questa strada ondulata, tortuosa e ombreggiata. In fondo a una discesa, in una curva, la D.D.E. sta procedendo, dopo il nostro passaggio all’andata, a smantellare il manto stradale per ricoprirlo di grossi ciottoli. Nei pressi di Senonches, un italiano mi sta alle ruote, poi si alterna con me e continuiamo ad accelerare. Trovo straordinario che ci divertiamo così dopo tanti chilometri. Ma non voglio spingere oltre i 40 km/h per troppo tempo. Poco prima di Nogent-le-Roi, un partecipante partito alle 20:00, al cui livello mi trovo, ironizza sul «look retrò» della mia bici. Mi rendo conto di essere partito con «la mia bici» nove ore dopo di lui. Nogent è un punto di controllo piuttosto tranquillo e la signora al tavolo mi conferma che per il momento non hanno visto quasi nessuno. Telefono a papà per avvisarlo del mio arrivo imminente; sono le 20:06. Il mio desiderio di evitare una terza notte sembra sul punto di realizzarsi e mi sento in ottima forma.

All’uscita da Nogent la strada è deviata per lavori. Durante la deviazione, un partecipante che dice di appartenere all’A.C.P. insiste, in modo un po« aggressivo, affinché io controlli l’itinerario sulla mia mappa, perché pensa che ci siamo persi. Ora sto pedalando con un canadese che mi racconta le sue impressioni sulla Parigi-Brest-Parigi. Non sa ancora se è contento di averla fatta. Calano le tenebre. Su una salita ripida un ciclista cade. Ci spiega che si era confuso con il deragliatore, che non andava più abbastanza veloce ed è caduto! Decisamente alcuni sono davvero stanchi! Più ci avviciniamo e più l’arrivo sembra allontanarsi. Con l’urbanizzazione giriamo a vuoto. Si leva una voce: »Ne ho abbastanza di andare a giri!» Le rotatorie, i dossi, le inversioni di marcia per evitare i centri cittadini si moltiplicano. Mi dispiace non aver individuato il traguardo domenica scorsa. Mi dispiace anche non avere una mappa dettagliata della zona. A Montigny, un’auto di fronte a noi ci annuncia che il traguardo è a due chilometri. Ma figurati! Continuiamo a seguire le indicazioni. Attraversiamo una zona industriale che ci sembra di aver già costeggiato. Dopo un po’ niente più frecce! Chiedo informazioni a un abitante del posto che non conosce l’arrivo: lui è di Montigny! È lì vicino, ma non confondiamoci. La mappa della città che troneggia all’incrocio è dello stesso paesino. Un ciclista sfreccia via e conferma di riconoscerci. Il canadese e io ci rilassiamo un po’. Finalmente la rotatoria e gli applausi del pubblico. Jean-Pierre Guillot placa subito il mio malumore all’arrivo. Consegno la mia scheda alle 23:23. Papà è lì a chiacchierare. Ecco un altro Paris-Brest in famiglia. «Pierre Gros è appena arrivato», mi dice. Il canadese è entusiasta, così come l’italiano. Ho fatto la Paris-Brest-Paris e ripartirò.

Dopo una cena e una notte breve a casa dei miei genitori, venerdì vediamo arrivare gli amici sul Minitel: Bernard e Stéphane, Daniel, Bernard Faucheux, Gisèle e Alain. Infine, faccio ordine nella mia borsa da manubrio e butto via la barretta Overstim che non riuscivo più a mandare giù già dal primo quarto, ma che avevo prudentemente conservato.

Sabato, in tandem con Marie-Laure, siamo andati a visitare l’abbazia di Royaumont.

Domenica, al telefono, l'ultima parola spetta a Daniel: «Ci hai messo 66 ore e 23 minuti, ma parlerai della Parigi-Brest-Parigi per molto più tempo ancora.».